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I PORTICI DI BOLOGNA: da abuso edilizio a candidati Unesco

È’ ormai ufficiale che i portici di Bologna sono candidati a patrimonio dell’Unesco. Il 20 Gennaio scorso, il Consiglio direttivo della Commissione nazionale italiana per l’Unesco li ha ufficialmente candidati alla lista del Patrimonio Mondiale.

Non si può pensare a Bologna senza i portici. Con i loro oltre 40 km sono in effetti un bel record, ma non è solo per la loro indiscutibile lunghezza che i portici sono diventati simbolo della città. Il portico scandisce il ritmo di ogni passeggiata bolognese; è uno spazio a metà strada fra dentro e fuori, chiuso e aperto, privato e pubblico in cui si manifesta l’essenza e il calore della socialità bolognese.

Sembra assurdo ma all’origine di questi monumenti architettonici e culturali c’è un vero e proprio abuso edilizio. Bisogna andare indietro fino al Medioevo, quando tra XI e XII secolo Bologna vive un periodo di straordinario incremento demografico. Non solo l’Università attirava studenti e accademici da ogni parte d’Europa; anche dalle campagne vicine un numero crescente di persone si riversava in città, in cerca di migliori condizioni di vita. Il risultato fu una vera emergenza abitativa che diede vita ad un semplice ed ingegnoso stratagemma: si iniziò ad allargare i piani abitativi delle abitazioni mediante una sporgenza, detta “sporto”, sorretta dal prolungamento delle travi del solaio o da mensole autoportanti, i “beccadelli”. Quando lo “sporto” divenne troppo accentuato si dovette intervenire con la costruzione di vere colonne di quercia, dando origine in maniera spontanea ai portici di Bologna.

Divennero presto evidenti i vantaggi del portico: non solo offrivano riparo dalle intemperie e agevolavano lo sviluppo di attività commerciali e artigiane ma rendevano anche i pianterreni più puliti, isolandoli dalle strade. Così, a differenze di altre città dove le amministrazioni decisero di vietarli, il comune di Bologna decide nel 1288 di regolamentare questa pratica edilizia. Viene stabilito l’obbligo di costruire un portico per ogni abitazione, alto almeno 7 piedi (2,66 m.) per permettere il transito di un uomo a cavallo. Sappiamo bene che queste regole non furono sempre rispettate e ancora oggi portici come quello di via Begatto e via Torleone raggiungono a malapena i 2m. di altezza.

I portici lignei andarono col tempo sostituiti da quelli in muratura, più decorosi e soprattutto più sicuri in caso di incendio. Il processo fu piuttosto lungo, tanto che nel 1568 il Legato Giovanni Battista Doria dovette emettere un bando che intimava a tutti i cittadini la sostituzione dei pilastri lignei con colonne in laterizio o macigno, pena il pagamento di “scudi 10 d’oro”.

Ancora una volta, non tutti si attennero alle disposizioni e ancora oggi sono visibili alcuni esempi di portico ligneo come Casa Isolani in Strada Maggiore, Case Reggiani-Seracchioli all’inizio di via Santo Stefano, Casa Azzoguidi in via San Niccolò o Palazzo Grassi in via Marsala.

Oggi di portici ce n’è di ogni tipologia e dimensione, da quelli stretti ed angusti a quelli eleganti e sfarzosi. Per gli amanti dei record ecco qualche notizia interessante: il più largo della città è il quadriportico della basilica di S.Maria dei Servi in strada Maggiore, di fine Trecento, il più alto è in via Altabella con i 10 m del loggiato del Palazzo Arcivescovile, e il più stretto, con i suoi 95 cm, si trova in via Sanzanome. Il più lungo è senza dubbio anche il più famoso, ovvero il portico che conduce al Santuario della Madonna di San Luca che con i suoi quasi 4 km è un record non solo cittadino ma mondiale.



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